Selected exhibitions
Le Beauvaisis
book
Diaphane Edition, 2023
Le Beauvaisis
Exhibition
(Hermes, Oise, France), 2023
Tappeti Volanti
Festival del Possibile (Lucca, Italy), 2021
Exhibition Tappeti Volanti @ Festival del Possibile (Lucca, Italy) 2021
Rurban Corsica
avec Lola Reboud, commissaire Marcel Fortini
(Bastia, France), 2021
Rurban Corsica @ Centre Culturel Una Volta (Bastia, France) 2021
toscana interiore
book
NPS Edizioni, 2020
Book publishing Toscana Interiore
2019
Group Exhibition @ Photolux Festival (Lucca, Italy)
Artist residency @ Diaphane (Clermont de l’Oise, France)
2018
Group Exhibition @ Arles Voies Off (Arles, France)
Artist residency @ Centre Méditerranéen de la Photographie (Ville di Pietrabugno, France)
2017
Personal Exhibition @ Cons'Arc (Chiasso, Switzerland)
Group Exhibition @ OnArte (Minusio, Switzerland)
into the landscape
Galleria CONSARC
(Chiasso, Switzerland) 2017
Into The Landscape @ Galleria Consarc (Chiasso, Switzerland) 2017
2014
Personal Exhibition @ Fondazione Museo Lindenberg (Lugano, Switzerland)
Group Exhibition @ Maxxi, collettiva con Documentary Platform (Roma, Italy)
2013
Personal Exhibition @ Fondazione Banca del Monte (Lucca, Italy)
2012
Group Exhibition @ Fotografia Europea, collettiva Progetto QD (Reggio Emilia, Italy)
2009
Group Exhibition @ International Center of Photography (NYC, USA)
2008
Personal Exhibition @ Dak'Art, Biennale Arte Contemporanea (Dakar, Senegal)
BIO
(Ita)
Filippo Brancoli Pantera (Lucca, 1978) è un fotografo italiano il cui lavoro nasce dall’incontro tra osservazione visiva e riflessione culturale. Dopo una laurea in Beni Culturali conseguita a Firenze nel 2004, con un percorso incentrato sulla rappresentazione del paesaggio nella pittura dal Medioevo all’età contemporanea, nel 2008 si trasferisce a New York per frequentare il programma di fotografia documentaria dell’International Center of Photography (ICP). Qui ottiene una borsa di studio e lavora come assistente alla didattica e sul campo con alcuni dei suoi maestri, tra cui Frank Fournier e Joshua Lutz. Questa esperienza contribuisce a definire uno sguardo fotografico attento ai paesaggi liminali, agli interstizi tra l’antropizzato e il naturale.
Nel 2010 rientra in Italia e inizia una collaborazione con il maestro e poi amico Massimo Vitali, che segna una fase di maturazione sia tecnica che teorica. Da questo snodo prende forma una lunga indagine visiva sui territori di confine tra città e campagna – i cosiddetti spazi rurbani – esplorati estensivamente tra Francia, Svizzera e Italia. Secondo le parole di Roberta Valtorta «come se l’autore cercasse, in fondo, ancora una volta, al di là dell’impianto grandioso delle immagini, una possibile residua intimità dei luoghi, che possa ancora rivelare i percorsi fatti dagli uomini per insediarvisi, e le ragioni delle loro scelte nel tempo» [introduzione alla mostra Into the Landscape, Galleria ConsArc (Svizzera) 2017].
A partire dagli anni 2020, sviluppa un metodo di lavoro fondato sulla ritualità: un approccio fotografico che cerca nell’atto ripetuto, nella fedeltà al luogo, nella precisione del tempo quotidiano – inteso come misura ritmica dell’esistenza – e nella sua risonanza con il tempo cosmico, una via per interrogare il nostro modo di abitare lo spazio e di costruire visioni del mondo. È in questo contesto che nascono i lavori esposti in questo portfolio.
Convinto che la ricerca debba rimanere aperta e disposta a contaminazioni teoriche, nel 2025 consegue con lode una laurea magistrale in Storia Culturale presso l’Università di Pisa e, nello stesso anno, si iscrive alla facoltà di Psicologia, con l’intento di ampliare lo sguardo verso le forme della percezione, della relazione e della coscienza.
In questa prospettiva, l’arte non si configura come un risultato, ma come un cammino di interrogazione permanente del mondo e delle soggettività che lo attraversano.
(Eng)
Filippo Brancoli Pantera (Lucca, 1978) is an Italian photographer whose work emerges from the intersection between visual observation and cultural reflection. After earning a degree in Cultural Heritage Studies from the University of Florence in 2004, with a focus on the representation of landscape in painting from the Middle Ages to the present day, in 2008 he moved to New York to attend the Documentary Photography program at the International Center of Photography (ICP). There he was awarded a scholarship and worked as a teaching and field assistant alongside some of his mentors, including Frank Fournier and Joshua Lutz. This experience helped shape a photographic gaze attentive to liminal landscapes, the interstices between the human-made and the natural.
In 2010 he returned to Italy and began a collaboration with the artist and longtime friend Massimo Vitali, marking a phase of both technical and theoretical growth. From this turning point began an extended visual exploration of the borderlands between city and countryside—what are often called rurban spaces—traversing regions of France, Switzerland and Italy. As the photography critic Roberta Valtorta wrote, “as if the author were searching, once again, beyond the grand formal structure of the images, for a possible remaining intimacy of places, something that could still reveal the paths traced by humans in settling there, and the reasons behind their choices over time.” [Introduction to the exhibition Into the Landscape, ConsArc Gallery, Switzerland, 2017]
Starting in the 2020s, he developed a working method rooted in ritual: a photographic approach that relies on repetition, fidelity to place, the precision of daily time—understood as the rhythmic measure of existence—and its resonance with cosmic time. It is through this framework that the works presented in this portfolio have taken shape.
Convinced that research must remain open and receptive to theoretical cross-contamination, in 2025 he graduated with honors with a Master’s degree in Cultural History from the University of Pisa, and in the same year enrolled in a Psychology program, aiming to expand his inquiry toward forms of perception, relation, and consciousness.
From this perspective, art is not conceived as a final product, but as an ongoing path of questioning the world—and the subjectivities that move through it.
For limited edition prints (5 editions + 2 ap), please contact:
Filippo Brancoli Pantera
filippobrancoli@gmail.com
or:
Galleria ConsArc
Switzerland
https://galleriaconsarc.ch
galleria@consarc.com
+41 (0) 91 683 79 4
Via Gruetli 1 CH-6830 Chiasso
Qui sotto un estratto dalla mostra Into the Landscape (Switzerland 2017) firmato da Roberta Valtorta.
Italiano
Il rapporto tra l’uomo e l’ambiente in cui vive e che lui stesso ha costruito nel tempo è uno dei temi al centro della fotografia contemporanea. Da molti anni ormai.
In un tempo non lontano, nell’ultimo ventennio del secolo scorso, l’osservazione attenta del mondo attraverso la fotografia era vissuto come un modo molto importante per indagare e capire i luoghi nelle loro stratificazioni storiche e nella loro complessità carica di memorie.
I luoghi, se fotografati tenacemente e a lungo, potevano svelare identità individuali e anche collettive. Poi i luoghi sono diventati non-luoghi, le identità sono diventate sfuocate e mutevoli.
Poi un nuovo termine è apparso: super-luoghi. Con la profonda trasformazione delle città e dei territori delle provincie e delle campagne progressivamente investiti dal modello urbano, abbiamo visto, e vediamo, e viviamo, un inedito cambiamento di scala degli spazi e degli oggetti, in un processo di decentramento, di espansione centrifuga e capillare, verso, chissà, la formazione di regioni metropolitane estese.
La fotografia, nel contempo, assediata dalle immagini globalizzate del mobile video e della duttile produzione digitale, e afferrata dalla rete onniavvolgente e martellante, ha risposto alla questione della rappresentazione dello spazio antropizzato sostanzialmente in due direzioni.
Da un lato i fotografi hanno rivolto lo sguardo a piccole cose quotidiane, un muro, una strada, una casa, il suo interno, la luce, l’erba di un prato, la porta di casa, la polvere di un periferia, e poi un volto, e le piccole storie individuali. Cose minori, marginali, laterali: frammenti.
Dall’altro hanno fatto ritorno alla grande veduta dall’alto (antica, nobile, già ottocentesca, si pensi ai primi dagherrotipi delle città, si pensi, più lontano, al vedutismo o al Romanticismo in pittura) nell’estremo tentativo di abbracciare e capire (nel senso etimologico del termine) la grande complessità, la modularità, la ripetitività delle strutture costruite dall’uomo, il sommarsi di funzioni diverse nelle diverse porzioni del paesaggio, dal produrre all’abitare, dalla logistica distributiva ai terreni ancora agricoli. Il tentativo di misurare un mondo divenuto forse non più misurabile attraverso la visione.
Nella nostra difficile contemporaneità, Filippo Brancoli Pantera sceglie di appartenere a questa famiglia di fotografi.
Stabilire una distanza dalla quale guardare il mondo costruito dagli uomini e la natura rimasta in vita è la base stessa del suo metodo, una distanza che garantisce una visione complessiva del territorio antropizzato. La distanza a cui porsi per riprendere la scena è senza dubbio uno dei dispositivi della visione messi a punto da una vasta corrente di autori contemporanei, da John Davies, a Thomas Struth o Andreas Gursky, da Peter Bialobrzewski a Sze Tsung Leong e Taiji Matsue, fino agli italiani Walter Niedermayr, Olivo Barbieri, Vincenzo Castella, Gabriele Basilico, Armin Linke, Massimo Vitali, Domingo Milella. Per non fare che pochi esempi.
La visione adottata da Brancoli Pantera è a suo modo possente, poiché mira a costruire narrazioni concluse, ampie e mai frammentarie.
Si tratta di uno sguardo di natura socio-antropologica sul paesaggio, che riguarda non solo le grandi città ma anche i territori delle provincie, nei quali appare più evidente il rapporto tra paesaggio costituito da manufatti e paesaggio naturale – la montagna, le sue rocce, il bosco, i prati, la collina coltivata, le acque.
Come se l’autore cercasse, in fondo, ancora una volta, al di là dell’impianto grandioso delle immagini, una possibile residua intimità dei luoghi, che possa ancora rivelare i percorsi fatti dagli uomini per insediarvisi, e le ragioni delle loro scelte nel tempo.
Roberta Valtorta
Milano, 27 Agosto 2017.
Français
Le rapport entre l’être humain et l’environnement dans lequel il vit, construit par lui-même dans le temps, est depuis des années un thème central de la photographie contemporaine.
Durant les vingt dernières années du siècle passé, l’observation attentive du monde à travers la photographie était vécue comme une manière importante pour comprendre les lieux dans leur stratification historique et dans leur complexité chargée de mémoire.
Les lieux, photographiés de manière obstinée et répétée, pouvaient révéler des réalités individuelles et également collectives.Puis les lieux sont devenus des non-lieux, les identités sont devenues floues et changeantes.
Un nouveau nom est apparu: super-lieux. Avec la transformation profonde des villes, des territoires de provinces et des campagnes, progressivement investies par le modèle urbain, nous avons vu et nous voyons en le vivant, un changement inédit d’échelle des espaces et des objets.
Nous sommes devant un processus de décentralisation, d’expansion interne et externe, vers une possible formation de régions métropolitaines étendues dans le territoire.
En même temps, la photographie, suffoquée par la mondialisation des images vidéos et de la production digitale, prise dans le filet du web omnivore et compulsif, a donné des réponses à la question d’une représentation de l’espace anthropique, dans deux sens.
D’un côté les photographes ont porté leur regard sur les petites choses du quotidien, un mur, une rue, une maison, son intérieur, la lumière, l’herbe dans un pré, la porte d’une maison, la poussière d’une périphérie, et puis un visage.
Des petites histoires du quotidien, des réalités mineures, marginales; des fragments.
D’un autre côté, nous sommes revenus à une vision agrandie, prise d’en haut: vision ancienne, noble et séculaire si l’on pense aux premiers daguerréotypes des villes; ou plus ancien encore dans la peinture avec le vedutisme ou le romantisme.
Sa finalité extrême est d’accepter et de comprendre la grande complexité, la répétition et la modularité des structures construites par l’homme, la somme de différentes fonctions dans diverses parties du paysage, de la production à l’habitation: une tentative de mesurer un monde qui n’est peut-être plus mesurable à travers la vision.
A notre époque contemporaine complexe, Filippo Brancoli Pantera choisit de faire partie de cette dernière famille de photographes. Il établit une distance depuis laquelle il observe le monde construit par les hommes et la nature encore en vie.
C’est la base même de sa méthode: une distance qui lui garantit une vision globale du territoire conquis par l’être humain. La distance depuis laquelle se positionner pour capturer la scène est sans aucun doute l’un des dispositifs d’une vision fixée par une vaste tendance d’auteurs contemporains, de l’Anglais John Davies, aux Allemands Thomas Struth ou Andreas Gursky, ou Peter Bialobrzewski, au l'Américain Sze Tsung Leong, au Japonais Taiji Matsue, jusqu’aux Italiens Walter Niedermayr, Olivo Barbieri, Vincenzo Castella, Gabriele Basilico, Armin Linke, Massimo Vitali, Domingo Milella, pour en citer quelques uns.
La vision adoptée par Brancoli Pantera est à sa façon puissante, car elle tend à la construction de narrations définies, larges et jamais sectorielles.
Nous sommes devant un regard socio-anthropologique du paysage, qui ne concerne pas seulement les grandes villes, mais aussi les territoires de provinces, dans lesquelles est plus évident le rapport entre paysage construit et paysage naturel – la montagne, ses rochers, le bois, les prés, la colline cultivée, les eaux.
Comme si l’auteur cherchait au fond, encore une fois, au-delà de l’installation grandiose des images, un résidu possible d’intimité dans ces lieux, qui puisse encore révéler les parcours faits par les hommes afin de s’y installer, et les raisons de leurs choix dans le temps.
Roberta Valtorta
Milano, 27 Aout 2017
English
The relationship between man and the environment in which he lives and has designed over the course of time, is one of the key topics in contemporary photography.
In the 1980’s and 1990’s, the attentive observation of the world through the eye of photography was a very important method to investigate and understand places and their historical stratifications and complexity charged with memento.
Places could unveil individual and collective identities if photographed thoroughly over a longer period of time. Later places became non-places and identities became blurred and alterable.
A new term appeared: super -places. With the profound transformation of the city, the provincial territories and the countryside that became increasingly pocketed by urban schemes and patterns, we are faced with a change of scale: spaces and objects are in the process of decentralisation and expansion.
Photography, simultaneously hard-pressed by the globalised digital age and the all-embracing and pulsing Internet, responded in two ways to the question of the representation of cultivated spaces.
On one hand, photographers focused on the detail of every day life: a wall, a street, a house and its interior, the light, the grass of a lawn, the door of a house, the dust of a periphery, and than a face and individual stories. Small details, marginal and circumstantial: fragments.
On the other hand, photographers returned to the grand vedute, antique and noble.
Consider the first daguerrotypes of the city, or even further back, the vedute and romantic period in painting. This style was emploit as a means of capturing the great complexity, modulation and repetition of the structures built by mankind and the accumulation of diverse functions of the different parts of the landscape: from producing to residing, from production facilities to the fields.
Ultimately artists were trying to measure a constructed world that was no longer measurable by the human eye.
In our complex present, Filippo Brancoli Pantera chooses this type of photography, establishing a distance from which we can look at the world both constructed by mankind, as well as capturing the untouched parts of the landscape - a distance that guarantees a comprehensive vision of the cultural territory, which allows the viewer to take back control over the scene.
This distance is with no doubt one of the methods utilised by a vast group of contemporary artists: from John Davies, Thomas Struth, Andreas Gursky, or Peter Bialobrzewski, Sze Tsung Leong and Taiji Matsue, to the Italians Walter Niedermayr, Olivo Barbieri, Vincenzo Castella, Gabriele Basilico, Armin Linke, Massimo Vitali and Domingo Milella. To mention only a few.
The vision Brancoli Pantera adopted is in its own way, powerful because he looks to design concluded narrations, wide and never fragmentary. It is about a socio -anthropological view on landscape, that not only looks at the big city, but also at the provincial territories, where the relationship between constructed and untouched landscapes - the mountains with their rocks, the forest, the lawns, the cultivated hills and the waters- is more evident.
As if the author was searching once again beyond the creation of great pictures the possibility of a residue of intimacy of space, that could reveal the path of mankind and his reasons for his choices in time.
Roberta Valtorta
Milan, 27 August 2017.